Io, che una volta ero piccina

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Il tempo, parliamo di questo tempo che ogni giorno che scorre, sempre meno riesco ad imbrigliare, forse perché sono stanca, dentro, fuori, sotto e sopra e di fianco, o forse perché non ne ho più voglia.
Eppure più esso passa e fugge e più mi pare di averne ancora tanto. Credo sia conseguenza questa di quel po’ di pazzia, che ho dentro di me e che mi aiuta a vivere.
Eppure non sono infelice. Non completamente.
Questa cosa che dici del mio dire che ho tempo, davvero lo vuoi sapere? dipende da quella certezza che ho, che ogni cosa che faccio o che affronto, prima o poi sarà spazzata via dalla mia incapacità di non far prevalere quella parte di me che preferisce strappare l’ultimo filo d’erba prima che secchi da solo, perché niente dura per sempre ed io non sopporto le agonie.
Sono grande ormai e dovrei aver imparato a salvaguardare almeno l’Affetto.
E invece no, non lo so fare e così lo distruggo, lo polverizzo, prima che esso possa morire tra mille tormenti, facendo così morire anche me.
Ma se metto mentalmente un cappio al collo al tempo, se lo vivo in maniera più lenta e meno bruciante, quel momento, quello della fiammata distruttrice, arriverà più tardi.
Avevo qualcosa o forse qualcuno, no, a questo punto credo fosse niente e proprio nessuno, l’ho cancellato dalla faccia della terra, prima che, come da copione, sparisse da solo e non riesco a convincermi che non rovinerò qualsiasi cosa di bello in questo senso la vita o il fato o il caso mi porrà di nuovo di fronte.
Succederà ancora ed ogni volta mi chiedo se saprò sopportarlo. Ma poi, inevitabilmente, si.
Perciò voglio avere tempo, più tempo, tanto tempo…perché io sono tutto, ma non sono un Angelo.
Volevo dirtelo perché è giusto tu lo sappia, dopo che mi hai detto che ti fidi e che ti affidi.
Non è una gran bella idea affezionarsi a me, lasciatelo dire, perché sono fatta storta e nessuno mi può raddrizzare.

 

 

Chimere

 

 

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Sono alla ricerca della fiducia nel lieto fine. Uno dei miei migliori controsensi direi. La perfetta contrapposizione tra il mio consolidato pessimismo che nasce da un’altra tra le mie passioni insane, quella per i disastri annunciati e le conseguenti cause perse, da perseguire a costo di sbatterci le corna ed una sorta di attuale, strano, inusuale ed incomprensibile ottimismo.  E’ che a volte, anche volendo, non si riesce proprio ad apporsi a  ciò  che, pur non venendoci naturale, vive di vita propria.

La scighera

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Sono giorni oramai che inattesa è ritornata.

Sale in volute gonfie e impenetrabili dall’acqua lenta, color dell’acciaio del Naviglio.

Erano anni, da che ero bambina, che non la vedevo intessuta di una trama così fitta, così pallidamente grigia, così ovattata e muta.

E umida, da appesantire fiato, pensieri e capelli.

E così inesorabilmente memore di tempi vecchi, andati, sdruciti ed anche un po’ dimenticati, all’improvviso sciolti in un rivolo di caldo, fanciullesco buon umore.

E tutto intorno non si muove nulla. Nemmeno io che, quasi quasi, potrei dormirci dentro.

Pensa te, chi me l’avrebbe mai detto, che un giorno sarei giunta, in un impeto di incontrollata sdolcinatezza, a lasciarmene avvolgere e ad amarla.

 

 

Quasi

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E’ venuta bene la mia sedia.

Le gambe di colori diversi, così come la seduta e la spalliera.

Tinte accese, vivaci, brillanti. E così sorrido, di rimando a questo mio arlecchino di legno, assurto a simbolo di quasi raggiunta ravvedutezza.

Ho arcobaleni non più tagliati a metà, non più ridotti a minuscole particelle sparse nel creato.

Ora l’insieme è quasi raggiunto.

Quasi.

Ho imparato a fare i conti con questa parola un po’ ruvida e dura, quando inizi a pronunciarla, ma che poi, alla fine, con quella esse che si unisce alla i, assume una tonalità più dolce ed un significato positivo. Si, dunque, sia si.

Ma che vita però.

Che vita a volte assurda ed assordante, dolorosa e per nulla conciliante ed altre volte, assorta, silenziosa, ma anche irriverente e conturbante. 

Ciao ciao con la manina

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Non sono morta, almeno credo.
COLF tranquillizzati, che il nero non ti dona, visto quanto sei già secca di tuo, inoltre indossato con questo caldo rischia di farti schiattare, così poi in gramaglie mi ci devo mettere io, la qual cosa potrebbe giovare alla mia linea…sob!, ma di certo non alla mia salute!
Baci e abbracci a tutti quelli che passano di qui.
Prima o poi, chissà…maddai…mavà?
 

Le train de vie

 

 

E va bene, lo ammetto, questa volta mi sono proprio tirata indietro.

Ho scelto un brutto modo per farlo, attraverso uno strattone violento che ha lasciato rotaie viola sulla pelle, ma insomma mi ero davvero rotta di questa locomotiva, che andava sempre e solo da una stazione all’altra.

Le stesse: dal ventricolo destro a quello sinistro del cuore e viceversa.

Su e giù, giù e su e lungo il breve e sbuffante tragitto, ostacoli, strappi, intoppi, brusche frenate o improvvise accelerate e muscoli, tutti, indolenziti.

E vai di buttare carbone nella fornace vorace e vai di lavare e lustrare il mostro di fosco ferro, per farlo brillare dall’alba al tramonto e risaltare al chiarore di una luna cretina e incapace.

Ho preferito mani, faccia ed anima neri perchè il lindore non era più contemplato.

Controllore non ho perso il biglietto, sono proprio salita senza e non mi scocci, scendo qui, in mezzo alla campagna, oppure se preferisce mi faccia arrestare.

La mia parte l’ho svolta egregiamente, per questo non ho nessuna intenzione di pagare.

Sic stantibus rebus

 

Trovo divertente e anche leggermente catartico tornare a scrivere proprio oggi.

Una data questa che dovrebbe terrorizzarmi e che invece, a sorpresa, già da quando mi sono alzata stamattina, ha lasciato là dove sono, certi ricordi, sempre indimenticati ma non più dolorosamente taglienti.

Ce ne saranno un altro paio, nei mesi a venire, di giornate così, ma adesso so che non le aspetterò più con timore.

Ecco, per dire, volevo parlare di questo mondo che ho imparato a guardare con occhi diversi.

Sono già a buon punto, anche se ormai so che una vita serena non fa propriamente per me, per una questione di pelle, di saliva e di sangue e di una testa a punta di freccia, che è un po’ come dire testa a cazzo, ma trattandosi della mia, non disdegno un minimo di eleganza.

La serenità è impagabile eppure ha in sé quel filo sottile di noia, quel tanto di fiato un po’ troppo morbidamente languido e rilassato, quel miopico e candegginico (questa parola lo ammetto, me la sono bellamente inventata, ma mi piaceva tanto) sbiadimento di colori che mi ammutolisce, che mi rintuzza l’entusiasmo, che non mi fa Vivere, ma semplicemente vivere.

Che non dico sia poco, tutt’altro, ma insomma non è nemmeno una roba esaltante.

Sorrido spesso con assoluta lievità, senza essere più capace di ridere in modo sgangherato e fastidiosamente rumoroso, piango con piccoli sussulti, senza il teatro tragico di singhiozzi sbalestrati e convulsi, respiro piano e con la giusta parsimonia, senza esagerata verve, senza feroce rabbia, senza drammi e lutti.

E l’anima sonnecchia e si stiracchia e tace, senza più dibattersi a penzoloni nel vuoto, sull’altalena del bianco e del nero.

Sono senza speranze lo so: incorreggibile, incontentabile e parecchio stupida mentre questo sorriso tranquillo e un po’ beota che lo specchio mi rimanda, mi pare proprio una presa per il culo. Lo guardo e aspetto senza fretta il balenio di quel guizzo bastardo e maligno che improvviso e sornione, prima o poi, ne sono certa, tornerà a fare capolino.

Intanto è così.

Lietamente appisolata, pasciuta e compiaciuta, sdolcinatamente buona, pur se sempre in incostante cammino verso il tempo che mi resta.

Non sono normale, io, ma perdio quanto amo e quanto mi manca quella mia nera e troppe volte miseramente poco nobile pazzia.

Rivoluzioni

 

E lo devo dire.

E’ cambiata di parecchio la mia vita.

In bene, ma lo dico sottovoce, che hai visto mai.

Già ho rischiato di annegare in piscina, ma seriamente, mica cazzabubole. Ero lì e nessuno mi aveva detto che la piscina ha una zona in cui all’improvviso ti ritrovi letteralmente con l’acqua alla gola, anzi dentro alla gola, direttamente dal naso. Una roba brutta, che speri solo che le orecchie servano da sfiatatoio. E invece no. Manco da salvagente.

Ed ero pure da sola e allora mi sono parlata, tipo training autogeno per intenderci.

“Calma, devi stare calma, in fondo in questi giorni al mare hai imparato a stare a galla, (certo è che adesso se mi danno della stronza mica posso più offendermi) devi solo non respirare affannosamente che sennò bevi come una foca e vai a fondo, devi stare tranquilla, non farti prendere dal panico e immaginarti leggera come una piuma, poi muovi le tue zampette e piano piano, facendo la morta possibilmente ancora viva, riguadagni la stramaledetta parte di vasca in cui tocchi con i piedi”.

E così ho fatto, punto per punto, che sono precisa io, con la logica conseguenza che, se adesso sono qui a scriverlo, è perchè non sono crepata affogata.

‘Sti cazzi, ho festeggiato due volte, la prima per aver riportato a casa la carcassa e la seconda per essere stata più forte della paura.

Poi, non contenta, il giorno dopo ho rischiato di sfracellarmi sull’asfalto. Era sera, stavo parlando, non ho visto una specie di buca sulla strada e sono finita lunga e distesa per terra. Per fortuna grazie ai miei riflessi non ancora del tutto appannati, ho messo le mani avanti, così anziché la faccia, mi sono martorizzata palmi e ginocchia. Un male della madonna, roba da sangue e arena e dolori dappertutto per una settimana.

Però va bene così, si va tutto una vera meraviglia.

Te và, la butto lì, sono abbronzata fuori, quasi come Obama e finalmente serena dentro anche se, diciamolo, sono pure ingrassata, ma uffa mica si può avere tutto dalla vita.

 

 

Triangolazioni

    

 

 


Perché bussi?

Non c’è nessuno in casa e niente, a parte il divano letto sfatto ed un numero imprecisato di scarpe scompagnate, ordinatamente o forse ossessivamente impilate nel lavello d’acciaio tirato a specchio. Le tende accostate e le persiane chiuse e quel filo di luce sottile, giusto una lama affilata, che si insinua da sotto la porta e si allunga sul pavimento scuro, come una cicatrice vecchia, come una biscia piatta, con l’itterizia. E non v’è sufficiente ombra che l’inghiotta.

Il giardino è un eccessivo rigoglio di verde ramarro che si arrampica ovunque, le stanze sono vuote e desolate, eppure appaiono gonfie, come dilatate in un silenzio che ha trovato la sua pace.

Niente vestiti, niente spazzola per i capelli, niente forcine sparse. Il calendario è fermo, accartocciato crocifisso alla parete, sul mese di luglio di un anno che non c’è più, disperso tra dita macchiate di inchiostro bluastro ormai secco e sbiadito.

E tu, che bussi ostinato, percuotendo il mio petto con tonfi aritmici, possenti e decisi.

Dentro il mio sogno continuo a dormire, è evidente che non ti voglio sentire.

Ma tu se vuoi, continua pure a bussare.